lunedì 10 luglio 2017

BREVE NOTA SUL RITROVAMENTO DELLA CANNONIERA DEL BASTION PICCOLO E SULL'ESPLORAZIONE DEL FORO DI SCASSO CENTRALE DEL TORRIONE


Padova, 5 luglio 2017
Padova sotterranea: la ricerca continua 

Oggi, il Bastion Piccolo, il primo bastione esaminato, esplorato e rilevato nell’ambito delle ricerche di Padova Sotterranea (dic. 2008) ha disvelato a distanza di 9 anni alcuni dei suoi segreti sfuggiti alle indagini, pur minuziose, eseguite finora: l’esistenza delle cannoniere nei due fianchi, mai viste prima perché sepolte, e la presenza di uno strano, inusitato cunicolo di scasso attraverso la sua robusta parete venuto alla luce dopo il radicale diserbo effettuato mesi prima.
Il tutto nasce in seguito alla programmata attuazione di una serie di scavi archeologici eseguiti a ridosso delle mura rinascimentali, propedeutici al progetto esecutivo di restauro della cinta muraria cinquecentesca avviato pochi mesi fa nel settore nord della città, tra i Carmini e il Bastione Venier, al Portello. Si tratta del primo vero progetto di lungo respiro per le mura, “storico” per la sua importanza, che consentirà di riportare in luce, risanare e valorizzare il più lungo e forse più importante monumento storico-architettonico di Padova: 11 km di massiccia muraglia, quasi dappertutto visibile e ben conservata, tra le più lunghe d’Italia e d’Europa, sopravvissute ai secoli e all’azione demolitrice del tempo e dell’uomo. Un caso unico di cui la Città del Santo e di Tito Livio dovrebbe andare fiera.
Uno dei sondaggi ha toccato la cortina e il fianco del Bastion Piccolo (o Mezza luna, o Torrion Picciolo, come lo definiscono i documenti d’epoca) alla ricerca di informazioni sullo stato delle parti sepolte da metri di secolare deposito alluvionale a ridosso del Piovego: tra queste le “tubazioni” strombate di sparo, a sezione rettangolare, che avrebbero dovuto consentire alle bocche dei cannoni (inserite dentro e manovrate nella casamatta interna) di togliere di mezzo ogni assalitore che avesse tentato di avvicinarsi alle mura attraversando la fossa o le acque a loro tangenti: il cosiddetto tiro d’infilata, micidiale, a palle o a mitraglia.
Il problema per noi era che, da fuori, il propugnacolo difensivo è quasi per metà della sua altezza complessiva originale avvolto dai sedimenti delle alluvioni cinque-sei-sette-otto-novecentesche, praticamente costanti da sempre e rivelatesi tali da rendere improbo sin da subito ogni tentativo di pulizia e dragaggio dell’anello fluviale esterno, con l’eliminazione dalle pericolose golene (o “maresane”, o “poleseni” come venivano chiamate) che vi si creavano: operazioni effettuate per l’ultima volta nel 1607, poi interrotte, forse saltuariamente messe in atto solo in alcuni punti chiave (porti) delle vie d’acqua. Ma la (bellissima e ammiratissima) cinta era diventata, nel frattempo, obsoleta, più adatta al controllo daziario e alla lotta al contrabbando che alla difesa dai nemici, che premevano ormai lontano, nelle terre del Levante (Impero Asburgico, Impero Ottomano), lontani da Venezia e dal suo entroterra.
All’interno del bastione, le cose non stavano meglio: il fango del Piovego, passando con le piene attraverso fessure, cannoniere e quant’altro aveva invaso la casamatta e innalzato il piano di calpestio a livello della golena esterna (+ 2,30 m circa dal piano di calpestio interno) e coprendo uniformemente il tutto. Non si poteva scorgere nulla, solo scandagliare con aste di ferro attraverso il morbido deposito limoso per tentare di localizzare il “pavimento”: operazione che abbiamo svolta con buon grado di precisione. Ma delle cannoniere, nessuna traccia. Eppure ci dovevano essere, il foro del pozzo di ventilazione del soffitto a crociera del bastione lo dimostrava: non erano stati certo incompetenti gli architetti del 1521 nel costruirlo, sapevano che era necessario, ne avevano installati ben due per “arieggiare” a dovere quel sotterraneo.
Ma c’erano anche delle carte antiche, d’archivio, emerse fuori per caso e per fortuna da una persona amica che ce le aveva passate, in via riservata (c’erano studi in corso). Una di quelle figure
che navigano negli Archivi di Stato come gli hacker smanettano in rete: e quelle le carte parlavano chiaro. C’era una “Relatione del lochi usurpati” del 9 ottobre 1598, scritta in funzione del controllo dei Rettori sulle parti della cinta muraria abusivamente occupati da privati che dice, a proposito del tratto tra Porciglia e Arena: «…dietro essa muraglia, contiguo ad essa strada fino alla Gradella, continua una usurpazione di molta importantia, posseduta da’ clarissimi Navagieri, trovandossi nel terreno piantade le vigne et arbori et non è più discosta dalla cortina di pasa sei, in luocho di vinti che doveria esser. Nel istessa usurpazione è richiusa la porta che serve alla Meza Luna per strada sotterranea da andare alle canoniere inferiori».
Dunque le cannoniere, almeno a quella data erano presenti: oggi, finalmente, lo scavo ne ha rivelata una (non subito, all’inizio sembrava non ci fosse nulla, non si vedevano quasi per niente i mattoni dritti della ghiera dell’arco, abbiamo dovuto avvicinarci, guardare da vicino e…: eureka!).
La bocca chiusa spara-fuoco sembrava ci volesse sorridere o prendere in giro, con la sua conformazione ed altezza insolita (diversa dalle altre vicine del Portello) rispetto al Piovego: ci costringerà a studiarla. Per intanto sappiamo com’è e dov’è, insieme alla gemella speculare sull’altro fianco.



Non era ancora finita, tuttavia.
Poco più in là, ben visibile, ora, dopo i recenti radicali disboscamenti della superficie del torrione infestato dalla vegetazione eseguiti mesi fa, è apparso un buco nella parte centrale della scarpa, a 1,70 m da terra che nel 2008 (anno dei rilevamenti) non era apparso significativo, sembrando solo una “nicchia”. Il foro si è rivelato di fatto un traforo di tutto rispetto, passante attraverso la dura breccia del manufatto per oltre 3,10 m e chiudendo su una parete di mattoni. E’apparso subito chiaro che il cunicolo era stato ricavato intenzionalmente in tempi “moderni” sia dall’interno che dall’esterno, era largo circa 70 cm lungo l’asse, alto 35-40 cm (in fondo 70 cm). L’intento non è chiaro ma si avanza l’ipotesi che servisse come postazione di tiro diretto, realizzata durante gli eventi risorgimentali del 1848 quando era stata messa in atto la difesa della città: così come era avvenuto presso vari baluardi del settore occidentale. All’interno della casamatta del bastioncino di fatto appare chiaro il punto di sfondamento, risarcito successivamente.
Un’altra ipotesi riguarda la creazione di un passaggio per facilitare l’introduzione in città di merci e materiali di contrabbando. In ogni caso un elemento in più per raccontare la storia cittadina e quella di quel piccolo, ma spettacolare, “bastioncino”, il più elegante e rifinito (al suo interno) propugnacolo difensivo di Padova.
Quella di oggi al Bastion Piccolo si è rivelata una delle tante soddisfazioni che, pur piccole, aggiungono sicuramente un tassello in più (e non da poco) all’infinito mosaico di cui si compone la conoscenza delle Mura e della storia di Padova




Hanno partecipato all’ispezione rilevazione odierna:
- Claudio Montagnoli
- Vittorio dal Piaz
- Adriano Menin



Gruppo Speleologico Padovano CAI e Comitato Mura di Padova


Adriano Menin

mercoledì 5 luglio 2017

Il ponte delle "grade" di Porciglia c'è ancora

(6 aprile / 3 luglio 2017) - Lo si sospettava, diciamo che ne eravamo certi, ma che il ponte sotto cui passava il canale Santa Sofia esistesse ancora, sotto largo Meneghetti, e in che condizioni fosse, andava verificato. Ne abbiamo avuto l’occasione lo scorso aprile, grazie alla disponibilità di AcegasApsAmga e del Settore Edilizia Pubblica del Comune di Padova, che ci hanno permesso di ispezionarlo per effettuarne il rilievo nell’ambito del “Progetto Padova Sotterranea”, ma anche in funzione dei ragionamenti che si stanno facendo, da parte del Settore e della progettista, l'architetto Patrizia Valle, intorno al restauro del tratto di mura fra Arena e Castelnuovo, le cui tracce qui scompaiono alla vista e andranno in qualche modo rimesse in luce, o segnalate in qualche modo.
Il ponte era infatti parte integrante della cinta cinquecentesca e, sebbene modificato nel corso dei secoli, risale al secondo o terzo decennio del XVI secolo.
Il ponte aveva due arcate, protette da grade, grate scorrevoli verticalmente, in modo analogo al più noto ponte delle gradelle di San Massimo o di quello dei Carmini. Ne è stata ispezionata solo l’arcata orientale, inserita, già all’epoca dell’interramento del canale (1874) nel percorso di una condotta che dal ponte di Santa Sofia si dirama nelle due direzioni, sotto le vie Falloppio a sud e Morgagni a nord. Ma non c’è ragione di escludere che anche l’altra arcata possa essersi conservata, anche se non è chiaro se sia accessibile come questa oppure sia stata completamente interrata. Andrà accertato appena possibile. Intanto, godiamoci la vista di una altro suggestivo angolo della Padova sotterranea. Anche se... non era nato per essere sotterraneo!
È stato emozionante camminare sotto la profonda arcata (oltre 10 m), con la volta, larga 4,60, praticamente intatta. E scoprire che si conserva in perfetto stato, anche se in gran parte nascosta, la ghiera settentrionale in blocchi di trachite, con il bordo sagomato. L’arcata è tamponata ai due imbocchi e si presenta ora come un locale coperto, quasi una casamatta. Nei due tamponamenti si aprono stretti passaggi che danno accesso a due pozzetti, chiusi in superficie da tombini, e alla condotta. Il cui tratto settentrionale, verso il Piovego, è un tubo circolare in cemento, ma a sud è ancora l’elegante tunnel ottocentesco con volta a botte in mattoni, percorribile, stando chini, per centinaia di metri. Nell’arcata del ponte non vi è traccia visibile delle gole in cui scorrevano le grade, forse nascoste dal tamponamento settentrionale, particolarmente spesso.
Diciamo subito che non si tratta di ambienti per i quali si possa al momento prevedere un accesso pubblico, ma documentarli adeguatamente e renderli noti a chi passerà da largo Meneghetti, mediante un tradizionale pannello o un altro espediente tecnologicamente e comunicativamente più aggiornato, se non con l'esposizione diretta, anche parziale,, costituirebbe un importante contributo alla diffusione della conoscenza, non solo del sistema articolato e affascinante costituito dalle mura rinascimentali, ma più in generale della Padova scomparsa, in questo caso della città d’acque che Padova è stata e si spera possa tornare a essere, per quanto ancora possibile, anche attraverso il recupero della memoria.

NOTA: Foto e rilievi effettuati nell'ispezione del 4 aprile 2017 sono stati consegnati sia al Settore Ediliza Pubblica che all’architetto Patrizia Valle. Questo articolo giaceva nel nostro computer da molte settimane. Altri impegni più pressanti ci hanno finora impedito di pubblicarlo. Le indagini in corso per individuare il tracciato delle mura nell’area di Porciglia, richieste dall’architetto Valle, e delle quali vi daremo conto in seguito, ci hanno infine indotto a pubblicarlo, con qualche aggiornamento.

Comitato Mura di Padova e Gruppo Speleologico Padovano CAI
“Progetto Padova Sotterranea”

Per lo stesso articolo sul sito del C.M.: http://bit.ly/2tLqf3S