martedì 6 dicembre 2016

Mi fido del nodo che ho fatto? Corso d'armo 2016

Con estremo ritardo, pubblico quanto scritto dalla nostra Valentina sul corso d'armo organizzato quest'anno dal GSP.
Leggetelo... perchè vi appassionerà



Speleologia: la prima cosa che sovviene ai più è qualche esperienza vissuta in grotte di straordinaria bellezza, ricoperte di bianchissime concrezioni. Luoghi fatati destinazione di qualche gita.
La guida ci diceva di prestare attenzione a non scivolare sulle scalette metalliche, e ci vietava rigorosamente di toccare le stalattiti e le stalagmiti, formazioni mooolto delicate!
Quando si arriva al corso di speleologia lo si fa con questi piacevoli ricordi, con della curiosità e comunque a cuor leggero.

Le facce e gli animi cambiano quando si capisce che il P60, il P30, il P140 che vengono nominati dagli istruttori sono effettivamente dei Pozzi di 60, 30, 140 metri da scendere e risalire su corda, al buio, in condizioni di forte umidità, con qualche chilo di attrezzi addosso, e certamente appesantiti da strati di fango distribuiti più o meno uniformemente sulla superficie della tuta da lavoro.
La speleologia così diventa un’attività impegnativa, diventa un confronto con le proprie forze e certamente anche con i propri limiti.
Ecco che quando si va in grotta, durante il corso, si trovano pronte ad aspettarci le corde da utilizzare per la progressione. Lì per lì non viene nemmeno da chiedersi chi le ha messe, perché sono lì; facciamo già abbastanza fatica a montare il discensore dal verso giusto.
Ma proseguendo nello svolgere attività speleologica, si capisce che le grotte, per essere esplorate o visitate, vanno armate, vanno attrezzate. Per questo è necessario scegliere i punti di ancoraggio giusti (giusti troppo spesso non coincide con comodi), e saper fare (bene) dei nodi indispensabili per la progressione. Dimenticavo, ci sono anche dei pesanti sacchi pieni di metri di corda da portarsi dietro.
Dei neo-speleologi freschi di corso sono bramosi di imparare queste cose.
Il Gruppo Speleologico Padovano si è subito organizzato per non farci mancare nulla: è stato proposto un corso d’armo, al quale abbiamo partecipato con grande entusiasmo. Due lezioni teoriche sui materiali e sulle tecniche di progressione e il Manuale Tecnico Operativo sono stati il primo passo. Poi la festa è proseguita con prove di nodi in ogni dove: cordini legati ad ogni struttura possibile (in casa, al bar, in falesia, in automobile – il volante si presta benissimo).
Il primo allenamento in parete a Val Gadena ci ha fatto capire subito che attrezzare una calata non è una banalità. Accompagnati dai nostri istruttori Carlo, Ciccio, Sergio, Adriano e Alberto abbiamo piantato il nostro primo spit e abbiamo avvitato le prime piastrine: l’emozione di scendere su qualcosa di tuo, su qualcosa che prima non c’era ma ora si, ti fa sentire qualcuno che ha reso possibile l’impossibile.
Addirittura? Eh si.

Davide 'Furio' e la sua prima calata

Il disturbatore con Irene
Armi e bagagli
Spiderwoman
Livia che prova ad armare un pendolino
E poi le grotte. Il Buco del Dinosauro di Possagno è stata la prima esperienza di armo in semi-autonomia. Senza istruttori probabilmente saremmo rimasti ad osservare l’ingresso fino all’ora di pranzo, per poi rifugiarci in un panino col pastin. Poi è venuta la Grotta Paradiso.
Lì ci hanno lasciati fare: timidamente sceglievamo i punti di ancoraggio, altrettanto timidamente sceglievamo piastrine e nodo… e così via. 

'Ciccio' e 'Narvalo' che osservano Valentina che arma l'entrata della Grotta Paradiso
Vale sullo scivolo
Il pozzo da 45 metri era lì, dopo un passaggio per niente comodo da fare belli incastrati: un baratro nero apparentemente impercorribile. La soddisfazione nel conquistare finalmente il punto per attrezzare la calata, progredendo sulla parete del pozzo, è stata davvero grande. Anche perché procedere a mezz’aria, ma stavolta senza corda sotto, aveva un non so che di aleatorio. Già, un po’ di fifa l’abbiamo avuta.
Abbiamo toccato il fondo del P45 e lì la smorfia di prima si è fatta sorriso… solo perché non avevamo pensato che disarmare non sarebbe stato proprio un compito leggero.
Nel frattempo gli istruttori lottavano contro l’ipotermia, ma da parte loro mai un cenno di fretta, mai un atteggiamento scocciato, sempre l’incoraggiamento giusto, un sorriso, un paio di consigli salvavita e tanta passione nel regalare anche a noi il privilegio di farci strada in grotta. 

Assimilare ogni movimento
Ho sentito dire più volte che la speleologia è condivisione, in quel frangente ho pensato che non ci fosse nulla di più vero.

Non senza errori e risate abbiamo “portato a casa” il nostro primo armo in totale autonomia.
Fuori. Fuori dal Paradiso dopo sette ore. Un freddo becco, neve ghiacciata a contornare il sentiero, e la sensazione di aver fatto qualcosa di davvero nostro. Girarsi indietro a guardare una grotta pensando che ora dentro è buia, impraticabile, inaccessibile, e sapere che l’hai percorsa decorandola con corde, ritorte, wing e moschettoni è qualcosa di incredibile. Emozioni, tintinnii di attrezzi e giochi di luce hanno riempito il buio, ed ora riempiono il cuore.

Daniele 'Narvalo' che fissa un anello
Mmmm... lo sto facendo bene?
Il corso d’armo è stato un’opportunità importante. Oggi non siamo certo esperti speleologi, tant’è che non vediamo l’ora di imparare ad usare il trapano - questo è un messaggio per chi ha voglia di organizzarci un corso -, ma con le capacità acquisite siamo stati in grado di armare qualcosa anche senza la presenza degli istruttori, il tutto addirittura senza incidenti (o quasi)! Insomma, grazie a Ciccio, Carlo, Alberto, Adriano e Sergio i piccoli pipistrelli Livia, Valentina, Irene, Davide, Daniele ed Enzo (mica tanto piccolo lui!) hanno imparato a volare, anche se con qualche capitombolo.
C’è ancora tanto da fare, tanto da imparare, non siamo che all’inizio… ma per fortuna il buio non ha mai fine!

Vale